CELEBRAZIONE DEL 25 APRILE PIAZZA ROMA – 70° ANNIVERSARIO DELLA LIBERAZIONE


Autorità civili e militari, associazioni partigiane, associazioni combattentistiche e d’arma, cittadini di Senigallia,
è’ sempre una profonda emozione vedere questa piazza piena di gente in occasione della celebrazione del 25 aprile; è commovente scorgere nei volti delle tante donne e uomini, dei vecchi partigiani e dei giovani studenti che affollano oggi tante piazza italiane come la nostra la stessa luce, la medesima espressione di speranza e di fratellanza.
La speranza ed insieme la tensione ideale per mantenere intatti i valori che furono alla base della liberazione dell’Italia dal nazifascismo oggi a settant’anni da quella data. Sentiamo una profonda emozione perché il 25 aprile continua ad essere la ricorrenza civile della nostra nazione, la festa di tutti coloro che si riconoscono nella democrazia, nell’antifascismo, che credono nei valori consacrati nella nostra Costituzione repubblicana.

Abbiamo tutti nella mente e nel cuore le immagini dei partigiani accolti qualche giorno fa nella Camera dei Deputati. Ricordiamo bene in quell’aula affollatissima e piena di tricolori l’energia e la passione civile che trasmettevano quei ragazzi novantenni le cui lotte hanno permesso di arrivare alle nostre Istituzioni democratiche.
Vorrei cominciare prendendo a prestito proprio le parole pronunciate in quell’occasione dalla Presidente della Camera Laura Boldrini che ha detto:” voi partigiani siete qui non come ospiti ma come padroni di casa”.
Ecco, anche io mi rivolgo da questa piazza ai partigiani del nostro territorio, agli amici dell’A.N.P.I., a tutti coloro che hanno dedicato la propria vita a testimoniare i valori della Resistenza per dire :voi siete non ospiti ma padroni di casa in questa città, i vostri ideali continuano a definire la nostra cittadinanza e la nostra identità civile”.

Certo la casa Italia, così come quella europea del resto, è turbata da scossoni che aprono ogni giorno crepe profonde e che fanno temere per l’incolumità dell’edificio comune. Temo che l’Italia di oggi non sia proprio quella che avevano nelle menti e nei cuori le persone che hanno combattuto per la liberazione, combattendo sia imbracciando le armi ma anche contribuendo alla causa in altro modo, aiutando e sostenendo i partigiani, i profughi, gli ebrei perseguitati.
Non c’è solo infatti la crisi economica con i suoi incerti e flebili spiragli di luce a preoccuparci. Come tutti sapete infatti il paese è attraversato da diffusi e radicati fenomeni di corruzione che minano l’integrità del nostro organismo democratica e che coinvolgono i diversi protagonisti della vita sociale: istituzioni, imprese, funzionari pubblici.
Come riuscire a combattere efficacemente questa piaga?
Il Presidente della repubblica Sergio Mattarella ha detto una cosa molto significativa. Ha detto: “ la Resistenza prima che fatto politico fu soprattutto rivolta morale”.
Ecco quello di cui abbiamo bisogno. Più che di seminari sulle formule elettorali, più che di analisi sui migliori modelli economici o giuridici abbiamo bisogno di questo: di una rivolta morale. Di una rivolta morale che investa le nostre coscienze ed i nostri comportamenti e che attinga a quella fonte inesauribili di idee ed ideali che fu la stagione della Resistenza e della liberazione dal nazifascismo dalla quale è nata la nostra repubblica democratica.
E’ in nome di questa rivolta morale che dobbiamo riaffermare con determinazione ed intima convinzione l’eticità della politica, l’idea che la politica non è qualcosa di sporco e di sbagliato, ma al contrario è tutto ciò di cui disponiamo per migliorare il mondo, per sostenere coloro che non ce la fanno, per tutelare diritti che rimarrebbero senza garanzie, per offrire opportunità a chi per condizioni economiche o provenienza sociale tali opportunità non avrebbe. E’ questa la vera risposta che dobbiamo mettere in campo per contrastare prima di tutto da un punto di vista culturale il cancro della corruzione. Ed allora dico: lavoriamo con forza per costruire leggi adeguate a fronteggiare questo fenomeno devastante, adoperiamoci certo per prevenire la corruzione ma non dimentichiamoci mai che l’eticità nella sfera pubblica non si ottiene per decreto ma grazie agli esempi, attraverso cioè condotte responsabili e trasparenti di tutti, ciascuno per la propria parte e per il ruolo che riveste, ancorate all’idea di interesse comune.
E c’è bisogno di una rivolta morale anche per un altro aspetto non meno importante. Ce n’è bisogno per ricordare che la Costituzione Repubblicana, che è la Costituzione più bella del mondo, ci richiama ai valori del rispetto della dignità umana, della tutela dei diritti essenziali delle persone. La Costituzione italiana, frutto dei fermenti ideali che animarono la Resistenza, è una Costituzione antimilitarista perché ripudia la guerra ed è una Costituzione antirazzista. Antirazzista perché fu proprio la teoria della superiorità di una razza a costituire il collante ideologico dei crimini più tremendi perpetrati dai nazisti che annientarono 6 milioni di ebrei , così come in Italia fu il fondamento della vergognosa legge razziale e della conseguente persecuzione. Per questo se vogliamo davvero e fino in fondo rimaner fedeli ai valori della Resistenza dobbiamo condannare senza se e senza atteggiamenti razzisti. Non solo ovviamente i fenomeni più eclatanti, come i movimenti xenofobi ed antisemiti che stanno purtroppo crescendo in tutta Europa. No, anche le altre forme di razzismo, quelle più striscianti e sottili. Quelle di chi ricollega ogni problema che affligge le nostre comunità al problema degli immigrati: disoccupazione, criminalità, carenza di servizi, crisi economica. Lo stesso sentimento che ci spinge a commuoverci per una sera di fronte alla T.V. di fronte al dramma dei 700 migranti affogati nel canale di Sicilia nel tentativo di fuggire dalla miseria e dalla guerra e poi, subito dopo, ribadire che purtroppo è un dramma annunciato ed inevitabile perché gli scafisti, perché l’Europa, perché non c’è spazio, perché le leggi, perché, perché. Ed allora lasciatemi dire una cosa: celebrare il 25 aprile vuol dire anche ripetere forte e chiaro che noi che crediamo nei valori della liberazione, noi consideriamo quelle donne, quegli uomini, quei bambini disperati dei barconi prima di ogni altra cosa delle persone da salvare; che noi non possiamo restare inerti ed inermi di fronte a quelle scene terribili perché ci sono dei diritti umani essenziali da proteggere. Poi verranno naturalmente i protocolli da stipulare, poi verranno i controlli da svolgere, la cooperazione europea da reclamare, le risorse a disposizione da considerare, gli scafisti speculatori da arrestare. Fondamentali certo. Ma prima, lo ripeto, ci sono delle vite da salvare. Scrive il giornalista Gad Lerner a proposito del dramma delle traversate dei migranti stipati nei barconi: “ la loro condizione umana è in tutto e per tutto simile a quella dei deportati nel cuore dell’Europa settanta anni fa, stipati su carri merci blindati. Identico è l’andare verso l’ignoto, denudati, separati a casaccio dai familiari, umiliati come sottouomini. L’unica differenza è che sta diventando impossibile fingere di non vederli”. Come ha detto l’ex Commissaria Europea Emma Bonino “ L’Europa che ha innalzato il suo mai più dopo aver sopportato l’orrore dei forni crematori, finora non ha fatto nulla per impedire l’orrore dei forni liquidi”.

Certamente la tenuta di quei principi di comune sentire e coesione sociale alla base dello spirito democratico è messa in serio pericolo dal protrarsi della crisi. Difficile parlare di bene comune quando le difficoltà economiche rinchiudono sempre di più le persone nella sfera delle proprie rivendicazioni, dei propri egoismi sociali, quando il lavoro che non c’è più o i servizi che arretrano generano rabbia e frammentazione sociale. Per questo tutti gli attori sociali sono chiamati ad uno sforzo supplementare per riuscire a fare un passo in avanti. Le Istituzioni devono impegnarsi in ogni modo per sostenere il lavoro e la ripresa, con politiche fiscali appropriate e soprattutto mettendo al bando qualsiasi forma di sprechi e privilegi. Istituzioni che devono puntare con decisione anche sotto il profilo economica sulla straordinaria bellezza del nostro patrimonio artistico e che devono attivare una imponente azione di salvaguardia e messa in sicurezza del nostro territorio e del nostro ambiente naturale. E poi gli imprenditori da parte loro che devono convincersi che pur in un contesto produttivo che cambia in continuazione e nel quale occorre una formazione continua nessuna ripresa ci sarà se non valorizzando la dignità, il valore sociale ed economico del lavoro e di quella straordinaria risorsa che è il made in Italy e che sono i nostri talenti oggi spesso costretti ad andarsene all’estero.

La Costituzione, come ho più volte ripetuto, è il cuore pulsante della nostra democrazia. Dello spirito dei nostri padri costituenti è riuscita a trattenere il sentimento più importante: la voglia di stare insieme rispettandosi reciprocamente. La consapevolezza che nessuna concezione per quanto alta essa sia, nessuna visione del mondo, nessuna teoria politica possa essere sufficiente da sola a costruire il tessuto di un popolo e di una nazione. Che sia sempre necessario far convivere queste idee, farle coesistere, legittimarle sempre anche quando, come accade in democrazia, in un determinato momento storico sia un orientamento a prevalere sull’altro. Ecco, in un’Italia divisa ed anche un po’ rabbiosa come quella di oggi, nella quale la preoccupazione principale sembra essere più che far valere le proprie ragioni distruggere le posizioni degli altri, la vocazione pluralista della nostra Costituzione, il suo senso della misura e della tolleranza continuano a rappresentare una lezione preziosa.
Una Costituzione che, naturalmente deve essere un materiale vivo, una Carta che cammina assieme alle idee ed alle aspirazioni dei cittadini che la abitano e che deve essere in grado di corrispondere alle esigenze dei tempi che mutano senza mai rinunciare alla propria essenza e senza mai abdicare ai propri principi di fondo. E’questo il senso delle riforme in corso di esame in Parlamento e che, al di là del modello concreto che prevarrà, sembrano ispirate all’idea di rendere più snello e semplice l’iter delle leggi, di sintonizzare il tempo delle Istituzioni con quello della vita delle persone, di evitare duplicazioni di competenze ed attribuzioni tra organi istituzionali. Riforme quindi condivisibili in questi orientamenti generali perché proprio in una fase come questa di carenza cronica di risorse le Istituzioni hanno il dovere di essere efficienti per offrire risposte concrete ai bisogni della popolazione.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella parlando della resistenza ha detto che “ questo sentimento, tramandato da padre in figlio, deve permanere nella memoria collettiva del Paese”. Ecco, i nostri figli. Sono loro ad essere chiamati a far vivere anche in futuri gli ideali che illuminarono la Resistenza. E riusciranno a farlo soltanto se noi saremo in grado di farglieli apprezzare, se saremo capaci cioè di viverli e non solo di declamarli, se li faremo percepire come qualcosa che attraversa le loro vite e può renderle migliori. Perché i nostri ragazzi e le nostre ragazze sono capaci di vivere quegli ideali di libertà, quel sogno di giustizia e lotta contro la barbarie che fu alla base della liberazione del nazifascismo con anche maggior convinzione di quanto siamo in grado di fare noi. Sono capaci di testimoniare la solidarietà in maniera naturale e spontanea, facendo politica nel senso più nobile del termine, vale a dire spendendosi per la polis, per la comunità. Ce lo hanno dimostrato una volta di più a Senigallia durante i giorni terribili dell’alluvione quei giovani che con straordinaria generosità arrivando da ogni parte d’Italia ci hanno aiutato ad assistere la popolazione colpita, a fornire ai cittadini e soprattutto agli anziani sostegno, ascolto, comprensione.
E’ ai giovani che chiediamo di condividere il sogno dei partigiani e della popolazione italiana che hanno sconfitto il nazifascismo restituendoci la democrazia e di condividere con noi la lotta per affermare quei valori ogni giorno.

Senigallia è una città nella quale i valori della resistenza e dell’antifascismo sono profondamente radicati e considerati un valore condiviso da tutte le sue componenti sociali e culturali. Insieme all’A.N.P.I. abbiamo costruito in questi due anni un calendario di iniziative per il settantesimo della liberazione con l’obiettivo preciso di coinvolgere tutto il tessuto connettivo della comunità, rivolgendoci alle scuole così come al mondo culturale.
Ricordare ed insieme ribadire con la certezza della ricostruzione storica che sì, è giusto accomunare sotto la medesima pietà le vittime di quella vera e propria guerra civile che ha sconvolto l’Italia, ma allo stesso tempo è doveroso ricordare che coloro si trovavano dalla parte giusta erano quelli che combattevano per la libertà e contro la dittatura e che, rispetto alla tragedia della persecuzione ed annientamento degli ebrei da parte dei nazifascisti, nessuna teoria negazionista può avere diritto di cittadinanza.
Attraverso le iniziative realizzate a Senigallia per la celebrazione del settantesimo della Liberazione abbiamo declinato i nostri ideali attraverso le diverse forme ed espressioni culturali e ci siamo ritrovati con la gioia dello stare insieme testimoniando i valori nei quali crediamo come ad esempio nella spaghettata antifascista organizzata lo scorso luglio in collaborazione con l’Associazione Casa Cervi. Usciamo da questo percorso di testimonianza e partecipazione con la consapevolezza che gli ideali della Resistenza e della Liberazione conservano intatta la loro forza e la loro capacità di mobilitare sensibilità, idee e passioni civili.

La nostra riconoscenza va in questo giorno così importante ai nostri partigiani, a coloro che ebbero il coraggio di scegliere la lotta contro il nazifascismo, che non esitarono a mettersi dalla parte giusta anche se questo significava mettere a rischio la propria vita. E’ a loro, è al loro sacrificio, che dobbiamo la riconquistata libertà.

Voglio concludere questo mio intervento ricordando il gesto del partigiano novantenne di Foligno Enrico Angelini, che, saputo che nella cascina di Raticosa ( luogo simbolo della Resistenza in quelle zone) qualche giovane esaltato aveva staccato dal muro la targa che ricordava i martiri della lotta antifascista disegnando al suo posto una svastica, non ha esitato ad andare sul posto. E’ lì che, versando qualche lacrima per i tanti suoi compagni partigiani finiti nei campi di sterminio, ha usato solvente e raschietto e ha cancellato il simbolo nazista deponendo al suo posto una rosa.
Voglio concludere questo mio intervento ricordando il gesto del partigiano novantenne di Foligno Enrico Angelini, che, saputo che nella cascina di Raticosa ( luogo simbolo della Resistenza in quelle zone) qualche giovane esaltato aveva staccato dal muro la targa che ricordava i martiri della lotta antifascista disegnando al suo posto una svastica, non ha esitato ad andare sul posto. E’ lì che, versando qualche lacrima per i tanti suoi compagni partigiani finiti nei campi di sterminio, ha usato solvente e raschietto e ha cancellato il simbolo nazista deponendo al suo posto una rosa.
Ecco, è quella rosa del partigiano Angelini e di tutti i partigiani italiani che noi idealmente vogliamo mostrare con fierezza e commozione questa mattina. Un simbolo della bellezza della nostra idea di antifascismo, di giustizia, di solidarietà.
Il fiore prezioso della nostra libertà che non permetteremo a nessuno di estirpare.

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